Riemerge con scalpore una delle ricerche effettuate qualche tempo fa dall'Università di Catania ed oggi, viene confutata da parte del Prof. Cesare Battaglia, ginecologo dell'Università Alma Mater di Bologna, che sostiene:“Il drospirenone è pur sempre un anti-androgeno e, anche nella donna, gli ormoni androgeni sono associati alla regolazione del desiderio sessuale. Abbiamo così condotto uno studio pilota che, oltre a sottoporre le donne ad un questionario su comportamento e soddisfazione sessuale, ha analizzato per la prima volta gli effetti della pillola sulla morfologia e la funzionalità dei genitali femminili”.
I risultati sono apparsi chiari. Dopo tre mesi di assunzione della pillola la frequenza dei rapporti sessuali si è ridotta del 42 per cento, la frequenza dell'orgasmo del 26 per cento, la comparsa di dolore durante i rapporti è aumentata di oltre il 50 per cento, mentre lo spessore delle piccole labbra della vulva e l'ampiezza dell'apertura vaginale, due aspetti legati, secondo gli studiosi, alla "risposta sessuale", sono diminuiti rispettivamente del 13 e 22 per cento. contraccettiva e controllo del ciclo
Gli studi controllati randomizzati, che hanno confrontato la nuova formulazione drospirenone/EE con un'altra contenente desogestrel 150µg e EE 30µg, hanno riportato un indice di Pearl <0.5 per 100 donne/anno (simile a quello degli altri CO), con una incidenza di sanguinamenti intermestruali sovrapponibile fra i due gruppi di donne.
Questo è quanto sostenuto dal prof. Battaglia, che mette le cose in chiaro andando a contraddire ciò che invece era emerso da uno studio dell'Università di Catania, che però, diversamente da quanto successo a Bologna, si era limitata a svolgere un'indagine meno approfondita; quest'ultima, infatti, constava nella compilazione di un questionario, senza analizzare i cambiamenti ormonali, quelli morfologici e funzionali dei genitali femminili.
Edizione 2009 della classifica del Times Higher Education Supplement. Zero novità per i nostri atenei. Tra le prime centocinquanta università nessuna è italiana. L’«Alma Mater» di Bologna, unico segnale positivo, sale dal 192˚ al 174˚ posto. «La Sapienza » di Roma mantiene la posizione 205. Insomma ancora una conferma autorevole sulle difficoltà del nostro sistema di far crescere al suo interno atenei di eccellenza, in grado di svettare in cima ai vari ranking seguiti con sempre maggiore attenzione da famiglie e aziende. «La classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto, cioè che il sistema universitario italiano va riformato con urgenza — è il commento del ministro Mariastella Gelmini —. Siamo agli ultimi posti nelle classifiche mondiali. Per questo motivo presenteremo a novembre la riforma dell’Università, con l’obiettivo di promuovere la qualità, premiare il merito, abolire gli sprechi e le rendite di posizione».
L’elenco stilato dal «Times» fotografa la sfida tra le università statunitensi e le sempre più aggressive e competitive università britanniche e cinesi. Un’occhiata alla classifica delle prime 100 rivela che il numero di atenei nordamericani è sceso da 42 a 39, mentre le università europee sono salite da 36 e 39 e le asiatiche da 14 a 16. Confermata la supremazia del New England, con Harvard al primo posto, Yale al terzo (ma l’anno scorso era seconda) e Princeton all’ottavo (nel 2008 era dodicesima). Nella graduatoria riguardante la categoria degli atenei tecnici si impongono come sempre gli Usa, con il Mit al nono posto e il Caltech al decimo. Un po’ più sotto troviamo anche una rappresentanza italiana: il Politecnico di Milano — il dato non è ancora ufficiale — avrebbe conquistato il 54˚ posto. Ma solo in questo settore. Nella classifica generale, penalizzato dallo scarso numero di facoltà, si è piazzato intorno al 280˚ posto.
I rettori dei nostri atenei invitano a riflettere sulle regole con cui è stata stilata la graduatoria e a tener conto degli scarsi investimenti. Una giustificazione che il ministro respinge senza mezzi termini: «È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’università italiana alla quantità delle risorse erogate». «Il problema, come ormai hanno compreso tutti — dice la Gelmini —, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) ma come vengono spese le risorse destinate all’università. Spesso per aprire sedi distaccate non necessarie e corsi di laurea inutili. Tutto questo deve finire. Mi auguro — ha concluso il ministro — di non dover più vedere in futuro la prima università italiana al 174˚ posto».
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