Dopo 11 anni di inattività, ecco il ritorno di un caro amico, Fabio Concato, che il 21 Aprile 2012 ha presentato alla Feltrinelli di Catania il suo ultimo lavoro “Tutto qua”. E c’è davvero tutto in questo cd, c’è il guardare con gli occhi degli altri, di chi soffre, di chi è dimenticato. E’ un provare a capire cosa vuol dire guardare la vita da un punto di vista diverso dal nostro. E Fabio lo racconta, parla del grande lavoro che ha fatto su se stesso in questi 11 anni, nel volersi riscoprire. Ed è stando bene con se stessi che si può puntare a star bene con gli altri. E il messaggio che si vuole trasmettere si può sintetizzare in un’unica parola: Amore. Alla fine della presentazione, ho fatto qualche domanda a Fabio ,e attraverso le sue risposte, ha confermato di essere una persona meravigliosa capace di trasmettere agli altri le proprie emozioni, fino ad arrivare al cuore di chi lo ascolta.
«Con il ritorno nelle scene, dopo 11 anni che non avevi più pubblicato album, il messaggio che vuoi trasmettere, musicalmente parlando, è sempre uguale a quelli precedenti o è cambiato?»
R: «Io credo che musicalmente parlando sia sempre lo stesso, ciò non significa fare le stesse musiche del disco precedente. La musica è una cosa che viene proiettata dal tuo cuore, dalla tua testa. Poi il cantato, i temi si spera siano diversi dal disco precedente perché altrimenti sarebbe una noia mortale.»
«Come mai Gigi è la tua canzone preferita?»
R: «Beh, perché probabilmente c’è una grande ispirazione più spessa, perché Gigi era mio papà ed io l’ho amato tanto, nonostante non fosse un uomo perfetto, ma nessuno è perfetto. Aveva delle cose meravigliose e aveva anche cose meno meravigliose, però è lui che mi ha fatto ascoltare la musica che poi ho amato, e che mi ha fatto capire quanto fosse importante la musica nella vita di un uomo, e di un ragazzo in quel caso, e quindi è venuta fuori una canzone con uno spessore diverso, un’ispirazione diversa, ecco perché la amo e molto più delle altre.»
«Secondo te perché “spiccano il volo” canzoni più commerciali e molte volte prive di emozioni e non canzoni magari di un certo peso di cantautori
come te, Claudio Lolli, Gianni Siviero, Fabrizio De Andrè, e così via?»
R: «Perché c’è poco tempo, io credo ci sia poco tempo e poi perché le radio non sempre ci aiutano. E invece, ricordo che all’inizio eravamo alleati noi e le radio, cioè le radio avevano bisogno di noi e viceversa. Sono un po’ cambiate le cose. Magari a parole ti dicono che hai fatto un disco strepitoso, che sei bravissimo eccetera, però poi non ti passano. Allora ti trovi un po’ davanti ad un muro di gomma perché non riesci a capire. Se almeno uno ti dicesse “Guarda, ti sono diventati i capelli bianchi, fai cagare, non interessi!”, almeno uno se ne fa una ragione, e invece ti dicono “No, disco fantastico!”, ma non lo passano, allora c’è qualcosa che non torna. Potrebbero aiutarci un pochino di più. Ma anche la televisione, dovrebbe cambiare registro e fare le cose più ad hoc, così come faceva Renzo Arbore che aveva una trasmissione che si chiamava Ad hoc e lì chiamava tutti i gruppi, tutti quelli che cantavano e suonavano sul serio. Un’altra era Caterina Caselli. Caterina ormai ha fatto carriera come talent scout.»
«Un’ultima curiosità: com’è stato interpretare la voce del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry?»
R: «Un’esperienza fantastica! Fantastica intanto perché ho riscoperto una cosa che era odiosa, che mia mamma mi leggeva quando ero piccolo e mi tirava due cose così, proprio mi annoiava a morte. Quando l’ho riletto avevo 40 anni, quindi stiamo parlando di 19 anni fa, e ho riscoperto tutto un mondo, diventando uno dei più bei libri che io abbia mai letto nella mia vita. Perché come dice giustamente la prefazione, non è un libro per i piccoli ma è un libro per gli adulti che hanno conservato il famoso fanciullino dentro. E poi lo interpreti e lo giri come vuoi, è una cosa geniale! Il Piccolo Principe è veramente una roba geniale!»
Foto di Daniela Amenta Interlandi
A sostenerlo sono tre scienziati dell'Università di Catania, due fisici teorici, Alessandro Pluchino e Andrea Rapisarda, e un sociologo, Cesare Garofalo.
Spinti dall'ipotesi mossa alla fine degli anni 60 da uno psicologo di nome L. J. Peter, hanno deciso di intraprendere la ricerca per dimostrare matematicamente il famoso principio, apparentemente paradossale, di Peter che può essere sintetizzato come segue: “Ogni nuovo membro in una organizzazione gerarchica scalerà la gerarchia fino a raggiungere il suo livello di massima incompetenza”.
Sono stati notati dopo importanti pubblicazioni in tutto il mondo dalla giuria degli Ig Nobel che ha deciso di premiarli, coniando un settore appositamente per loro, cioè l'Ig Nobel per il Management.
Noi di liveunict abbiamo approfittato della disponibilità di Alessandro Pluchino, che ha ritagliato quasi due ore del suo tempo per spiegarci come funziona il metodo meritocratico, anzi, meglio dire, come non funziona.
Com'è nata l'idea di provare scientificamente il principio di Peter?
L'idea è nata per caso dopo aver letto il saggio "The Peter Principle: Why Things Always Go Wrong" (Peter e Hull) che si incentrava infatti sul principio di incompetenza.
Avendomi suscitato non poca curiosità, ho pensato di provare e supportare computazionalmente le intuizioni dello psicologo canadese, assieme ai miei colleghi Andrea Rapisarda e C.Garofalo, con cui ho avuto il piacere di collaborare anche in passato.
La collaborazione tra due fisici e un sociologo basata su un'ipotesi mossa da uno psicologo, non è già un'ottima premessa per l'assegnazione di un IG Nobel data l'originalità del trio e dello studio?
Non abbiamo presentato una candidatura per l'IG nobel, infatti eravamo all'oscuro di tutto.
Hanno selezionato il nostro studio tra 6000- 7000 studi scientifici in seguito ad attenzioni ricevute da importanti testate giornalistiche.
Dopo pochi giorni della pubblicazione di Physica A nel luglio del 2009, siamo stati oggetto di numerosi articoli nei settori scientifici di giornali molto importanti come il New York Times, che ha nominato il nostro studio come migliore idea dell'anno.
Una settimana prima dell'evento degli Ig nobel, organizzato dalla rivista scientifica-umoristica statunitense "Annals of Improbable Research", ci hanno invitato via e mail alla cerimonia di gala al Sanders Theatre dell'Università di Harvard chiedendoci se avessimo avuto il piacere di ricevere il premio e molto lusingati abbiamo accettato e siamo stati premiati il 03/09/2010 dai nobel per la fisica Sheldon Glashow, Roy Glauber e Frank Wilczek.
Considerando l'interdisciplinarietà dello studio la giuria dell'Ig Nobel ha coniato appositamente per noi una nuova categoria, quella del Management, che non è mai stato presente negli anni precedenti e in quello successivo.
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