In data 24 novembre 2011 il MiUR ha inviato all’Università di Catania le risultanze del controllo di merito e di legittimità sullo Statuto, ai sensi della legge 240. Il testo inviato dal MIUR, a firma del direttore generale dell’Università dottor Daniele Livon, è molto denso e dettagliato. Dei 43 articoli che compongono lo statuto dell’ateneo catanese ben 18 vengono fatti oggetto di articolata richiesta di revisione o integrazione, quando non direttamente cassati in quanto manifestamente contrastanti col dettato normativo della legge 240. Dei molti e puntuali rilievi espressi dal MIUR alcuni colpiscono in modo particolare. Sia perché essi vertono su aspetti centrali del funzionamento dell’Università e del sistema di “pesi” e “contrappesi” che dovrebbe regolare le relazioni tra i suoi organi di governo, sia perché – spiace doverlo sottolineare, ma è impossibile non farlo – rilievi pressoché identici erano stati per tempo, nel modo più argomentato e dialogico possibile, sottoposti all’attenzione della commissione per la revisione dello Statuto da parte del CUdA, della CGIL, del Movimento studentesco e di una parte importante della società civile e politica della nostra realtà, venendo spavaldamente ignorati. Ancor più, coloro che li avevano avanzati erano stati trattati da sfascisti, perditempo e piantagrane. Il che vale a ricordare quanto alto sia il livello del confronto civile e del libero dibattito presso l’Università di Catania da qualche tempo in qua. (Si ricorderà, d’altronde, che lo statuto venne approvato col voto contrario di alcuni presidi e consiglieri d’amministrazione).

Ci si riferisce, in particolare – nella tabella sinottica che si allega al presente documento lo si potrà vedere ancora meglio – ai punti concernenti:
a) l’esercizio autoritario dei poteri di disciplina
b) la decadenza del senato accademico in caso di sfiducia nei confronti del rettore
c) la quantità e qualità di rappresentanza negli organi del personale T.A. e degli studenti, con una violazione della legge che impone il 15% di rappresentanza studentesca, unita ad una palese volontà di emarginazione del personale amministrativo, e, last but not least,
d) le modalità di composizione del Consiglio di Amministrazione, a causa della quasi totale dipendenza di quest’ultimo dal rettore.

In tal senso la proposta del CUdA di procedere alle nomine del CDA tramite un organismo terzo (Committee Research) eletto democraticamente viene confermata la migliore. In breve, come già si era osservato a suo tempo, lo schema di governo che viene fuori  dallo Statuto catanese, ove operativo, ricorda molto gli Stati assoluti, nei quali, a garanzia di un’organizzazione verticistica, tutti i poteri vengono concentrati nelle mani di una sola persona e ogni possibilità di critica, dissenso e visione alternativa è relegata ai margini (nella migliore delle ipotesi) o additata al pubblico disprezzo (nella peggiore e purtroppo non infrequente). Quali siano i rischi di un simile modello, ciascuno può, anche alla luce di macroscenari molto indicativi sul punto, giudicarlo da sé. A dire il vero, degli Stati assoluti manca ancora l’ereditarietà delle cariche di governo, ma anche questo potrebbe essere ipotizzato, trattandosi di pratica non così desueta alle nostre latitudini. In definitiva, alla luce del testo inviato dal MIUR, la proposta del CUdA di procedere alle nomine del CDA tramite un organismo terzo (Committee Research) eletto democraticamente, sarebbe stata, e certamente rimane ancora, la soluzione più adeguata.
Vale inoltre la pena sottolineare che i rilievi appena ricordati vengono espressi dalla stessa dirigenza ministeriale che non ha esitato a richiamare altri atenei all’osservanza della legge laddove abbia giudicato gli statuti di questi viziati da “eccessiva democraticità”. In altri termini, su di un impianto verticistico e orientato alla concentrazione del potere decisionale, solo l’ateneo catanese è riuscito a essere più piramidale di quanto la legge stessa avrebbe consentito. Che questo tipo di osservazione abbia il timbro del Ministero dal quale la riforma è stata generata, non può che avvalorarne il contenuto. Sorprende dunque che i vertici del nostro ateneo, negli scorsi mesi così poco solerti nell'adeguarsi alle nuove norme che prevedono la retribuzione aggiuntiva dei ricercatori di ruolo che tengono corsi curriculari (articolo 6 comma 4 della legge 240/2010), abbiano adesso deciso di aggrapparsi scrupolosamente a cavilli normativi della stessa legge allo scopo di renderle vane.
Di fronte a tutto ciò, l’ateneo di Catania pratica la via della rimozione. Confortato da un parere legale, il rettore asserisce che le osservazioni giunte dal Ministero arrivano fuori tempo massimo (oltre i 120 giorni) e che, comunque, la “dirigenza ministeriale” non avrebbe alcun titolo per esprimerle. Dunque, esse restano al livello di garbati consigli di cui si potrà, eventualmente, tener conto in futuro.
Il vecchio gioco delle tre carte pare essere tornato in voga. E non ci pare serio né utile.

Alla luce di questa sonora bocciatura, che nessun parere di un esimio collega può cancellare, riteniamo siano da affermare alcuni semplici elementi di chiarezza in un dibattito che rischia di essere artatamente confuso e inquinato:
      1. E’opinabile che il termine per il controllo sia scaduto e, soprattutto, che esso fosse perentorio visto che la legge 240 – diversamente dalla 168/1989 - non lo dice espressamente. Come dovrebbe avvenire.
      2. E’ancora più discutibile che la dirigenza ministeriale non abbia titolo per effettuare rilievi o chiedere modifiche. Non solo può farlo alla luce del DM 21/6/2011 ma alla luce della stessa legge 240 che attribuisce tale potere-dovere al Ministero e non - come la 168 – al Ministro.
      3. In ogni caso, il mancato esercizio di tale potere nei tempi e nelle modalità prescritte non pregiudica affatto la possibilità per il Ministero di impugnare lo Statuto per farne certificare da parte del giudice amministrativo le numerose storture rispetto al dettato della legge. Cosa che, vista l’ampiezza e profondità dei rilievi, è del tutto verosimile possa avvenire.
      4. Infine, quale che sia la portata legale della questione, resta fermo un dato politico che ha un valore inoppugnabile: lo statuto dell’ateneo catanese esaminato da un organismo terzo e sulla base di parametri tecnici appare nettamente in contrasto con la legge e virtualmente in grado di esporsi dal momento della sua ipotetica pubblicazione a una valanga di ricorsi da parte di tutti i soggetti interessati, oltre quello che potrebbe essere promosso dal MIUR per le ragioni appena esposte.

Alla luce di tali semplici considerazioni riteniamo sia dovere dell’Amministrazione procedere alla nomina democratica e condivisa di una nuova commissione per l’elaborazione dello statuto realmente scelta dal basso e non frutto di cooptazioni da parte di gruppi d’interesse. Riteniamo altresì irresponsabile esporre l’Ateneo ad un contenzioso inutile e rischioso (se non perdente), che avrebbe come unico effetto un ulteriore danno di immagine per la nostra università.
Riteniamo dunque che la nota ministeriale, unita alla gestione tutta della presente amministrazione (questione del bilancio e dell’accentramento frettoloso e improvvido della spesa, tagli ai dottorati, gestione del precariato della ricerca e amministrativo, inevase vertenze dei ricercatori…) disegni un quadro ben oltre la soglia di allarme. La bocciatura dello statuto è il riflesso di una classe dirigente chiusa e arroccata in un’idea di potere feudale. È bene che questo sia chiaro a tutti e che tale gruppo dirigente si assuma le responsabilità di ciò che sta compiendo, ad ogni livello.
Facciamo dunque appello, in tale grave situazione del nostro ateneo, ai suoi docenti e studenti, ma anche al nostro territorio ed ai soggetti della società civile, della politica e della cultura, per una nuova stagione e un nuovo e diverso ruolo della nostra università.

Ultima modifica Mercoledì 07 Dicembre 2011 10:19

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