Anna Rita Buono

Anna Rita Buono

Facoltà : Lettere e filosofia
Corso: Lettere Moderne
Anno : terzo
Ruolo: autrice

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Quale futuro per il giornalismo? Perché la crisi dell’informazione? C’è ancora bisogno di giornalisti? Cos’è una notizia? Chi è un buon giornalista?
Queste sono le domande che quotidianamente si pone chi come Giuseppe Di Fazio, Orazio Vecchio e Giorgio Paolucci, sta dalla parte di coloro che vogliono informare, dare delle notizie o, ancora meglio, raccontare la realtà.
Il libro “Dove sta la notizia” (ed. Lussografica-Centro Studi Cammarata), frutto del lavoro dei giornalisti Di Fazio e Vecchio, presentato e commentato da Giorgio Paolucci alla libreria Cavallotto di Catania, ha fatto riflettere giovani lettori, ma anche i più maturi, sul vero ruolo del giornalista e su come questi sia ancora indispensabile nell’era della concorrenza delle molteplici tecnologie.
Premettendo che fin quando ci saranno notizie, ci sarà bisogno di giornalisti, e quindi il futuro per questi ultimi è garantito! Ci chiediamo: Chi è il vero giornalista? Esiste un prototipo standard del secondo mestiere più ambito dai giovani italiani?
Il vero giornalista, come in teoria il vero medico, è Uomo prima di tutto. Colui che ha la missione di raccontare la realtà nella sua complessità, verificando e scegliendo ciò che veramente si ritiene meritevole di notizia. La capacità di giudizio deve essere una costante nel Giornalista-Uomo, non ci sarebbe altrimenti differenza alcuna tra il racconto della signora che affacciata al balcone “vede” i vicini di casa, o il comunicato stampa di un’agenzia informativa. Il giornalista deve sapere individuare la notizia e ricordare che questa verrà letta da uomini, che non sono solo lettori, non sono numeri e non meritano il copia/incolla.
Ma dov’è allora il problema? Sicuramente oggi in Italia, ma non solo, molti giornalisti non hanno la “vocazione” per questo mestiere, e chi la possiede è spesso vincolato da una linea editoriale più attenta all’audience che alla stessa notizia.
Il consiglio che gli autori vogliono dare ai giornalisti e a chi spera di diventarlo, è quello di raccontare sempre la verità che è indagabile, prestando attenzione a tutte le sfumature, ma con la consapevolezza che la “Vera-Verità” non si può mai conoscere.
Occorrono Uomini-Giornalisti con due principali prerogative: la passione per la verità e quella per l’umanità. Questa la soluzione per un’informazione di qualità, lontana dalla crisi.

Venerdì 24 Febbraio 2012 21:40

Pasolini e Catania: quale legame?

“Nessuna pietà per Pasolini” (Editori Riuniti) è il titolo del libro presentato ieri da Stefano Maccioni e Valter Rizzo nel bistrot della libreria Fetrinelli.

<Un libro con un approccio particolare> dice Claudio Fava in un intervento, si legge come un giallo e con l’interesse col quale si segue una puntata di buon giornalismo.

 Si “sente” la voce del criminologo Simona Ruffini che, come in un telefilm poliziesco, descrive nei minimi dettagli la scena del delitto, ma anche la voce del penalista Stefano Maccioni che mette in ordine gli indizi e quella dell’abile giornalista Valter Rizzo, che fa chiarezza sui fatti di cronaca.

Nessuna pietà per Pasolini è il libro che a trentasei anni dall’assassinio del poeta-regista, fa riaprire le indagini e mette in evidenza delle importanti “dimenticanze”, fondamentali per comprendere il movente dell’assassinio.

Ma cosa c’è dietro il delitto Pasolini? Perché sono stati sottovalutati degli importanti indizi? Chi può avere ordito la trama del complotto? E, soprattutto, cosa lega Pasolini al capoluogo etneo?

Gli autori partono dalla presupposta certezza che un ragazzino diciassettenne come Pino Pelosi (unico colpevole dell’omicidio), ovvero di corporatura esile, non avrebbe mai potuto massacrare in quel modo un uomo dal fisico imponente e palestrato come quello di Pierpaolo Pasolini. Se poi si aggiunge che la potenziale “arma” del delitto dovrebbe essere un legnetto marcio, e che l’identikit del ragazzo dai riccioli d’oro visto poche ore prima al ristorante col poeta, non corrisponda affatto con i lineamenti del mulatto Pelosi, l’ipotesi dell’omicidio per auto-difesa di quest’ultimo non potrebbe essere più infondata e instabile.

Esiste una pista siciliana per questo omicidio, la verità infatti, potrebbe nascondersi dietro l’oscura Catania degli anni settanta, fascista e squadrista, nella quale numerosi giovani estremisti venivano pagati per compiere omicidi “necessari”.

In una testimonianza Pelosi parla di un insulto gridato a Pasolini dagli uomini della macchina che gli avrebbe inflitto il colpo di grazia investendolo, un termine in catanese arcaico “jarrusu”, rivolto agli omosessuali. Inoltre il poeta aveva da poco preso in affitto una casa nel capoluogo etneo e, spesso la sera frequentava quei giovani catanesi dell’estrema destra, provenienti dai quartieri di San Berillo e Villaggio Sant’Agata vicini all’aeroporto.

Cosa poteva legare un poeta iscritto al PCI a dei fascisti incolti? Cosa cercava di scoprire Pasolini in quegli anni?

La risposta a queste ultime domande è PETROLIO, romanzo al quale Pasolini lavorava prima di essere ucciso, pubblicato postumo nel 1992. In Petrolio è raccontata la storia dell’Italia nel ventennio che parte dal boom economico degli anni ’50: un paese immaturo, in crisi, che vedeva come protagonista “l’oro nero”, attorno al quale ruotava il lavoro, l’economia, la politica e … gli omicidi.

Tutte queste “nuove” ipotesi, fanno pensare ad un complotto organizzato per mettere a tacere un intellettuale che “sapeva troppo”.

Nessuna giustizia, nessuna sete di verità, nessuna pietà per un poeta in un paese che si proclama patria della cultura.

Ma cosa sarebbe stato questo paese se Pasolini avesse potuto continuare a lavorarci?

“Vorrei essere libero, libero come un uomo” cantava Giorgio Gaber negli anni sessanta. Ma cos’è la libertà? In una società di figli dei figli del dopoguerra, quale significato assume questo termine?

Novembre 2011 Tunisia, niente esami per una studentessa con velo integrale: i salafiti assaltano l’università e prendono in ostaggio il preside.
Dopo il rifiuto di un professore di ammettere agli esami una studentessa che di scoperto aveva solo gli occhi, l’università di Manouba è stata occupata dai fondamentalisti islamici. C’è il sospetto che si tratti di un’occupazione “premeditata” da parte degli esponenti radicali dell’islam che cercano di imporre all’interno delle università i dettami del loro credo. Nelle università tunisine infatti, per motivi prettamente didattici, è vietato il velo integrale poiché non rende riconoscibili le esaminate.

Novembre 2011 Catania, studente non può sostenere l’esame perché sprovvisto di documento di riconoscimento. Lo studente si presenterà all’appello successivo.

Giovedì 01 Dicembre 2011 19:20

Il lupo e la luna un “cunto” moderno?

Il lupo e la Luna di Pietrangelo Buttafuoco

La cultura popolare siciliana, è notoriamente ricca di storie tramandate oralmente, dall’aria favoleggiante e con protagonisti e amori senza tempo: i cunti. Questi, una volta, venivano raccontati dai pupari, o dai cantastorie, che facevano del loro racconto una storia “vera”. Si è parlato proprio di cunti e tradizione popolare, giorno 30 novembre al Monastero dei Benedettini (Catania), dove l’autore Pietrangelo Buttafuoco,

Giovedì 10 Novembre 2011 20:42

Io esco. E tu?

Anche questo Novembre, come ormai da cinque anni, l’associazione Culturale Nuova Acropoli celebra l’iniziativa promossa dall’UNESCO realizzando una manifestazione nazionale per la Giornata Mondiale della Filosofia. La quale si celebra, ogni anno, il terzo giovedì del mese di novembre. A Catania l’associazione Nuova Acropoli organizza manifestazioni ed eventi che promuovono la filosofia intesa come “amore per il sapere” e, quindi, strumento del bene. Si è tenuto giorno 9 novembre, al Palazzo Platamone, l’incontro che ha presentato le tematiche del festival della filosofia 2011, dal titolo “Io esco. E tu?”. Una rivisitazione del sempre attuale mito della caverna di Platone e il successivo intervento della prof.ssa Mazzone, docente di storia della filosofia, hanno spiegato come “uscire” dalla “nostra caverna” sia l’unico modo per promuovere la verità e la ricerca del bene.

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro ….”
Queste le parole del primo articolo della nostra Costituzione.
Parlare di lavoro ad una platea di futuri disoccupati o precari, e in piena crisi economica e politica, non è certo facile. Come altrettanto difficile è, da sempre, discutere di mafia in Sicilia.
Di lavoro, futuro e legalità si è parlato ieri nell’aula Santo Mazzarino del Monastero dei Benedettini. “Il lavoro come opportunità di riscatto sociale dalle mafie: alternative per lo sviluppo del paese” è, infatti, il titolo del convegno organizzato dal SIAP (Sindacato Italiano Appartenenti Polizia).
Tra gli invitati il Sottosegretario per il lavoro e le politiche sociali Nello Musumeci, che vede nel lavoro manuale lo strumento per riscattare una società sottomessa al potere mafioso e al lavoro nero che le organizzazioni illegali forniscono. Quale deve essere il ruolo delle istituzioni? Creare una classe dirigente più vicina alle problematiche sociali e meno corrotta. “Infine - afferma Musumeci – bisogna garantire maggiori opportunità ai giovani che non vogliono frequentare l’università e si trovano ad affrontare il mercato del lavoro”.
Nel breve ma significativo intervento telefonico il Procuratore Aggiunto del D.D.A. di Palermo Antonio Ingroia, parla della mafia come di un processo che matura e si evolve, ma che può finire grazie all’Antimafia della “convenienza”: quella che permette alla società di riappropriarsi dei beni confiscati alla mafia e, con l’aiuto di associazioni come Libera e dello Stato, di avviare attività imprenditoriali.
Importanti anche le testimonianze di uomini che ogni giorno lottano per la legalità, come l’Operatore della Squadra Mobile- Catturandi di Palermo , che parla di maggiore collaborazione dei cittadini nella lotta alla criminalità organizzata; e quella di Dario Montana, che racconta la sua storia di Commissario Straordinario dell’ASI e di vittima della mafia, poiché fratello del commissario Beppe Montana, ucciso nel 1985.
Quello che è emerso, alla fine del convegno, è il vedere nei giovani, nelle generazioni future, l’unico potenziale avversario di quella malattia che è la mafia; l’unico guerriero capace di combattere quel cancro che da secoli consuma la nostra splendida terra.
“La mafia è un fenomeno umano – diceva Giovanni Falcone – e come ogni fenomeno ha un inizio e avrà anche una fine”, solo attraverso il lavoro e la legalità noi, giovani desiderosi di costruire un mondo migliore, possiamo eliminare questo fenomeno.