Rosa Rita Bellia
Facoltà : Farmacia
Corso: Chimica e Tecnologie Farmaceutiche
Anno : terzo
Ruolo: Autrice,blogger di LiveCiak
MadeinMedi: la moda mediterranea

L’estate è da sempre un’occasione per riscoprire la moda, l’arte, i colori.
Dal 6 al 12 giugno, il centro fieristico Le Ciminiere ha ospitato “MadeinMedi”, una settimana d’incontri, workshop, mostre sulla moda, arte e design. Ieri la sfilata conclusiva “Sood Generation”,curata da Marco Aloisi, ha visto protagonisti artisti della moda, che ognuno con la propria personalità, hanno vestito l’anfiteatro delle Ciminiere di colori e creatività. Si sono avvicendate sulla passerella le seguenti collezioni:
“La leggenda delle Lilliperle” collezione di gioielli di Marilù Fernandez; “Geometria klimtiana” di Augusta Camuglia; per “Siculamente Fucktory , Claudia La Grassa; “Appercezione e Sentimento", di Marilena Raffa; “Retrogenie” del marchio Between”; “Lecanuzzi….la prima” collezione di borse realizzata da Lecanuzzi; “Respiria” di Quasar; “Bella di notte” di Gilda Ruggeri; “L’insostenibile luminosità dell’essere” di Hein Juel; “The teardrops of the warrior” di Abe Gazzi. Particolarmente intensa è stata la sfilata “Sinfonia N°1” dedicata ad Antonio Attisano, giovane di talento scomparso all’età di sedici anni; grazie alla sorella che ha ritrovato una carpetta di bozzetti disegnati dal giovane Antonio e ispirati a Coco Chanel , è stato realizzato il defilè.
Incontro con Valentina Pattavina: parlare con i libri..
Si è tenuta ieri presso la libreria Cavallotto di Corso Sicilia, la presentazione del libro “La libraia di Orvieto. L’ultima eredità", di Valentina Pattavina, sequel de “La libraia di Orvieto” che segna il debutto in narrativa dell’autrice catanese, impegnata da anni in editoria e nella stesura di monografie dedicate a personaggi di grande calibro come Totò, Alberto Sordi, Paolo Villaggio, Ugo Tognazzi.
La vicenda è ambientata, com’è deducibile dal titolo, ad Orvieto, dove scorre la vita della protagonista Matilde che, così come nel primo libro, si ritroverà a dover svelare un mistero, stavolta legato al passato,al 1944.
"La Libraia di Orvieto", impropriamente definito romanzo giallo, è in realtà una commedia nera, dove la trama fa da sfondo a quello che è il vero protagonista, il libro. Il romanzo, così come presentato dal Prof. Sergio Sciacca, intervenuto all’incontro, offre l’occasione al lettore di riflettere su se stesso, su temi quali la religione, la guerra,affrontati dal punto di vista dei protagonisti; ma è soprattutto un ‘occasione per l’autrice stessa di scrivere nero su bianco le esperienze e i pensieri maturati dalla stessa Valentina, impreziositi da disegni da lei stessa realizzati, che regala così ai lettori la possibilità di conoscerla. Il libro è esaltato nel suo essere primo potente mezzo di comunicazione, dall’alba dei tempi, visto non come passatempo, ma come occasione di incontro con se stessi, con chi lo scrive, unico strumento per l’umanità che permetta di tramandare il pensiero e renderlo immortale, custode delle nostre origini. L’intento dell’autrice è quello di richiamarci alla lettura, alla cultura, e per rendere questo possibile il romanzo è costellato da citazioni non svelate, che servono a riportare alla memoria di noi lettori conoscenze che credevamo perdute, ma che fanno parte di noi e lo faranno sempre trovando applicazione nella vita di tutti i giorni ,a dimostrazione del fatto che, fuor da ogni retorica, la cultura sia un tesoro inestimabile e come tale vada difesa. In tempi frenetici, dove parlare di libri è quasi obsoleto, oggi che la frase tratta dallo stesso libro”quanti libri e quanti pochi lettori” è tristemente vera," La libraia di Orvieto" può aiutarci a riscoprire la potenza della lettura; forse è vero, è un mezzo di comunicazione meno immediato, ma più efficace, perché ogni libro è l’occasione per conoscere una parte nuova di noi stessi, è un incontro che stimola la curiosità, come quando si conosce una persona per la prima volta;ogni pagina che si sfoglia è un pezzo di vita insieme, un bagaglio che nessun aeroporto del mondo potrà smarrire! Senza svelare il finale da film con tanto di colonna sonora che si ripete durante tutta la narrazione, così come definito dall’entusiasta Sciacca, non ci resta che raccogliere questo invito alla lettura e fare “un salto” ad Orvieto, in attesa che Valentina Pattavina ci regali un’altra occasione per fermarci e riflettere, tra una virgola e un punto.
Agora-Il peplum che parla di libertà
Quello che secondo me rende speciale un libro, una canzone o un film, è la capacità di restarti dentro , di portarti a riflettere, di promuovere qualcosa, che sia cultura o pensieri, tali da non aver reso il lettore o lo spettatore passivo, bensì partecipe delle vicissitudini dei protagonisti, arrivando a commuoversi, arrabbiarsi e persino innamorarsi.
Partendo da questa premessa “Agora” (dal 23 aprile nelle sale italiane) può a mio avviso definirsi un buon film. Ambientato nel mondo classico, il film appartiene al genere peplum, genere che, per sua ragion d’essere e per tradizione, richiama alla mente le gesta degli eroi omerici, duelli epici,elmi scintillanti e amori fiabeschi. Ma Alejandro Amenabar nel suo peplum decide di raccontarci la storia di Ipazia (interpretata da Rachel Weisz) ,una donna che passava le sere a guardare le stelle per cercare di capirne il movimento; ci racconta la storia di Alessandria, dilaniata da lotte intestine di origini religiose ed anche politiche. Ipazia è stata una filosofa, matematica,astronoma vissuta nel IV secolo d.C., presumibilmente tra il 370 e il 415 d.C., data della morte. Ipazia insegna nella biblioteca d'Alessandria, culla della cultura classica e meta di tutti gli intellettuali dell’epoca, e difende invano la stessa biblioteca dalla sua distruzione, cercando di salvare quante più opere possibili. La filosofa alessandrina si afferma per le sue dissertazioni filosofiche, per la sua saggezza e per i suoi studi sul sistema solare, tanto da arrivare ad anticipare la teoria eliocentrica di Keplero, in un periodo difficile per Alessandria, dove insorgono scontri continui tra pagani e cristiani, prima, e successivamente tra cristiani ed ebrei. In un simile contesto di violenza e intolleranza, il carisma di Ipazia, la sua influenza sul discepolo e prefetto Oreste ( che tenta di arginare la presa di potere delle cariche cristiane e il perpetuare degli scontri) e il rifiuto della conversione al cristianesimo forniscono il pretesto ideale per liberarsi di un personaggio scomodo, con l’accusa di empietà e stregoneria. E’ impossibile non restare affascinati dal personaggio di Ipazia, una donna coraggiosa perché capace di realizzarsi secondo la propria coscienza e le proprie aspirazioni nonostante la sua “triste condizione di donna”, cosi com’è sottolineato nel film; è libera perché sceglie di non convertirsi ad una fede che le viene imposta e a quale non crede; è libera perché è pronta a mettere in discussione tutto. Il regista con lo stesso “rigore” con il quale ha ricostruito la vicenda personale di Ipazia (cosa non del tutto frequente nei film, dove molto spesso si tende a “romanzare” con troppa facilità) pone poi l’attenzione su un tema altrettanto importante quale quello degli scontri violenti tra persone appartenenti a credi diversi. Guardando questo film non si può non riflettere sul fatto che troppo facilmente l’umanità sia sempre caduta nello stesso errore, c’è sempre stata una guerra da combattere, una crociata da portare avanti con fermezza, una minoranza da ghettizzare, una strega da condannare. Il film denuncia con fermezza l’intolleranza e inneggia con speranza ed entusiasmo alla libertà di pensiero, di credo;alla libertà del sapere,alla libertà della donna (concetto inimmaginabile nel IV secolo d.C., era più credibile ipotizzare che la Terra girasse intorno al Sole); tutto questo è incarnato quasi inverosimilmente ed eroicamente in Ipazia. E’ proprio lei, nel suo candido peplo, a ricordare a tutte le donne che in alcune parti del mondo ci sono ancora dei diritti che devono essere conquistati; è lei ad interrogare noi tutti sulla capacità che abbiamo ad ascoltare gli altri e accettarne civilmente le differenze (e non è sempre cosi scontato); è Ipazia che in questo film incoraggia studiosi e non a credere fermamente in un progetto, lottare per esso e ad essere liberi di scegliere sempre ed essere se stessi.
Catania riflette: la scienza e le donne
Nel 1999, a Budapest, nasce il progetto dell’Unesco chiamato “Ipazia”, finalizzato all’incentivazione del lavoro della donna nel mondo scientifico, prendendo il nome, non in maniera del tutto casuale, dalla matematica e filosofa alessandrina, vissuta intorno al IV sec. d.C.
Ricordando dunque questo importante progetto è iniziata la conferenza “Ipazia:la scienza e le donne” tenutasi giorno 11/11/2011 alle ore 18:00 presso "Le Ciminiere di Catania", ed inserita nel ricco cartellone di Etnafest.
Sebbene l’assenza per motivi personali di Margherita Hach (la cui partecipazione era prevista in videoconferenza), la prof. Luisa Montecucco e lo scrittore Adriano Petta hanno accompagnato un auditorio sempre più attento e affascinato, in un mondo dove passato e presente,scienza e filosofia trovano un anello di congiunzione nella figura di Ipazia; il tutto con preparazione,passione e chiarezza.
A prendere la parola per prima è stata la Prof. Montecucco, docente di Filosofia della mente e Filosofia della scienza, presso l’Università di Genova. La professoressa ha preceduto l’intervento di Petta, leggendo un brano tratto da “Storia del mondo antico” (Cambridge University Press) presentandoci la situazione storico-culturale in cui visse Ipazia, per poter meglio interpretare e comprendere quest’importante figura e capirne le vicende. Il mondo che ci racconta è quello dell’Ellenismo (323 a.C. – 529 d.C.), un periodo da definire quasi d’oro caratterizzato da una società cosmopolita in cui culture diverse convivevano contaminandosi a vicenda e annichilendo le differenze sociali, culturali e religiose. In questo periodo Alessandria è il motore culturale dell’impero romano, la sua scuola e la sua biblioteca sono le più importanti del mondo antico,culla e fortezza della conoscenza umana del tempo.
Caro Quentin...
“Mi deprime. Lei forse vedrà più film italiani di me, ma quelli che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutti uguali. Non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Me lo dica lei. Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni '60 e '70 e alcuni film degli Anni '80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia.” (da TV Sorrisi e Canzoni, n. 23, 28 maggio 2007).
Parla cosi del cinema italiano a “Tv Sorrisi e Canzoni” uno dei registi più controversi , più discussi e più geniali del cinema mondiale: Quentin Tarantino.
Inizialmente, animata da italico patriottismo ( per la serie :“lasciateci almeno il cinema”), mi sono detta :ma chi si crede di essere questo? ( è soltanto il regista di film quali Pulp Fiction e Le Iene). Critica il cinema italiano, quando in America non se la passano certo meglio, impegnati come sono a dilettarci con le solite commedie sentimentali e film catastrofici sulla fine del mondo, su virus letali, eruzioni vulcaniche, maremoti e chi più ne ha più ne metta.
Riflettendo con più lucidità, facendo attenzione a non cadere nell’errore di criticare con troppa facilità, e dimenticare le rare eccezioni, mi sono resa conto che le severe e un po’ amareggiate parole di Tarantino descrivono a grandi linee la palude di banalità, prototipi, luoghi comuni nella quale sguazza il cinema italiano. E’ come se ci fossero ormai due principali tendenze : la prima la potremmo definire “mucciniana” ed è quella che vede protagonisti trentenni in crisi, adolescenti che inseguono solo il successo; la seconda tendenza la potremmo definire “nostalgica” che vanta tra i film più noti “La meglio gioventù”, “Mio fratello è figlio unico”, “Il grande sogno”; tutti film fossilizzati nel ricordo di una “età dell’ oro” perduta, quali appunto gli anni ’70. Tra queste principali linee di pensiero poi ci sono i cinepanettoni, i film di Moccia, e pochi buoni film.
Nel tentativo di capire cosa è cambiato, di dare “immaginariamente” una risposta a Tarantino, ho guardato con molta attenzione un film diretto da Vittorio De Sica, “Il Giardino dei Finzi-Contini, tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani. La storia è ambientata nel ventennio fascista, e vede protagonisti un gruppo di amici, appartenenti alla borghesia italiana di origine ebraica, che vedono a poco a poco disgregarsi la loro vita, la loro realtà, i loro diritti, con l’ avvento delle leggi razziali. Dopo la visione di questo film (tra l'altro insignito del Premio Oscar come migliore film straniero, e dell’Orso d’ Oro alla mostra del cinema di Berlino) la differenza tra ieri e oggi è più che mai evidente. La drammaticità del tema, le emozioni dei protagonisti sono rese attraverso la semplicità dei dialoghi, l’eleganza delle immagini prive di pateticità, le capacità interpretative degli attori; è un film senza tanti fronzoli, scene inutili ed eclatanti ma che comunque emoziona, commuove, fa riflettere, denuncia con piccole e semplici frasi.
A Tarantino direi: ”vedi caro Quentin, non lo so cosa è successo, sicuramente la società è cambiata, la cultura è diversa, e forse i registi italiani vedono solo giovani in crisi; forse è più facile parlare solo di questo; forse è meno faticoso e più redditizio, al fine degli incassi, fare ridere con la volgarità piuttosto che con l’ironia e l’ umorismo. Forse è cambiato il modo di intendere il cinema, non più come mezzo di comunicazione e di cultura, ma semplicemente come forma di divertimento, pertanto un film del genere oggi risulterebbe, ai più, lento e noioso, abituati come siamo agli effetti speciali, colpi di scena, a vederci raccontato tutto in pochi secondi!”
Probabilmente gli appassionati di cinema si saranno indignati al pensiero che io abbia scoperto da pochi giorni questo capolavoro, e magari avranno pensato “questa crede di aver scoperto l’ acqua calda”; però se anche una sola persona accoglie l'invito a vedere questo “grande classico”, il mio intervento acquisirà un valore aggiunto oltre a quello di avermi fatto riflettere ed essermi arricchita di una conoscenza in più.
Inquinamento alla Cittadella? Se ne è parlato oggi a Farmacia

Si torna a parlare d’inquinamento alla Cittadella Universitaria, in particolar modo ancora una volta il soggetto è sempre lo stesso, la facoltà di Farmacia, cui però si aggiunge il Dipartimento di Chimica. dipartimenti di Biologia in via Androne.
La protesta dei pochi
Stesso posto e più o meno stessa ora: piazza Università ritorna ad essere il luogo di ritrovo di quanti (sempre troppo pochi) hanno voluto protestare con la loro presenza, con la loro voce, con le diverse iniziative il loro dissenso al DDL 1905, la famigerata “Riforma Gelmini”. Durante il sit-in sono stati diversi gli interventi di studenti, docenti e ricercatori, pronti ad informare e sensibilizzare soprattutto l’opinione pubblica che sempre di più sembra indifferente ad un tema cosi importante quale l’ istruzione e la ricerca, che sono, come è stato più volte ribadito durante la giornata, alla base di un Paese civile e democratico. E’ apparso evidente da subito che il lavoro da fare in questo senso è ancora molto, dato il numero non ancora elevato di partecipanti. In tarda mattinata si sono svolte delle lezioni in piazza ed altre attività erano previste durante il corso della giornata.
Concludendo, ripensavo ad una battuta sentita proprio stamattina: “presto su Liveunict non ci sarà molto da scrivere perché non ci sarà più l’Università”; speriamo tutti di no ma sono parole che, eludendo da ogni forma di retorica, devono far riflettere
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