A due anni di distanza dall'ultimo album "Amen" (vincitore del premio Tenco) tornano i Baustelle, band italiana catalogabile (con le dovute cautele) nell'indie-rock.
"I mistici dell'Occidente" si presenta come un album impegnativo, già dalla coperrtina, nella quale la band senese strizza l'occhio ai Beatles di "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band".
Sin dalla prima canzone de "I mistici dell'Occidente" (nome tratto da un libro di Elèmire Zolla, che raccoglieva una serie di testi sulla cultura mistica dell'Occidente) si intuisce che questo lavoro sembra volersi discostare (ma non del tutto, fortunatamente) dalle atmosfere cupe del precedente disco; in questo probabilmente ha influito anche il fatto che il produttore del quinto album del gruppo sia Pat McCarthy, conosciuto ai più come producer di mostri sacri come gli U2 e i R.E.M. . La prima canzone, "L'indaco", sembra essere più che altro una sorta di "limbo" di passaggio tra "Amen" e il nuovo lavoro (forte la presenza di influenze pinkfloydiane). La seconda canzone "San Francesco" (canzone che avevano scritto in realtà anni fa, ma in una versione primordiale decisamente diversa rispetto al risultato attuale), fa già capire la direzione che prenderà il disco da qui in poi: molte chitarre, molti violini e molte reminiscenze cantautorali. La conferma è nel brano successivo che da anche titolo all'album, il quale potrebbe essere benissimo scambiato per un brano di De Andrè o Branduardi per il primo minuto, per poi scatenarsi in un tripudio di chitarra elettrica e violini (e citando addirittura nel ritornello una frase di Jacopone di Todi ossia, "ci salveremo disprezzando la realtà"), ed accenando anche a Morricone e i Pink Floyd: tutto in una sola canzone.
La canzone successiva, "Le rane", è un brano incentrato sullo scorrere del tempo, attraverso un ritmo orecchiabile. "Gli spietati", scelto come singolo di lancio dell'album, è un canzone che ricorda i Baustelle dei precedenti lavori, con un ritmo molto anni '60 stile Rokes. Il brano successivo "Follonica" riprende ancora il tema di "Le rane", ma con un tono decisamente diverso, soprattutto musicalmente parlando. "La canzone della rivoluzione", canzone decisamente rock di critica sociale sul bisogno di cambiamento, può benissimo essere considerata una delle migliori dell'album. "Groupies" e "La bambolina" (in cui ritorna la bellissima voce della tastierista Rachele Bastreghi) propongono ancora una volta una dichiarata apertura da parte del gruppo a De Andrè, almeno dal punto di vista testuale, visto che si parla della mercificazione e della degenerazione dell'amore, temi cari al cantautore genovese; queste due canzoni, oltre per i temi sono accomunati anche dal ritmo che ricorda i film spaghetti-western di Sergio Leone (sempre cari ai Baustelle, si veda la precedente "Spaghetti western", appunto).
"Il sottoscritto" è la canzone numero dieci, in cui Bianconi a tratti sembra aver abbandonato la voce "cavernosa" che lo contraddistingue, mentre "L'estate enigmistica" è un dichiarato ritorno al passato Baustelliano, riprendendo temi e sonorità di "Sussidiario illustrato della giovinezza". Il rock si disperde, e canzone che chiude l'album, "L'ultima notte felice del mondo", la soave voce di Rachele sembra cantare una sorta di ninna-nanna alternativa che porta quasi l'ascoltatore alla rasserenazione.
Se si dovesse in parole povere sintetizzare "I mistici dell'Occidente" si potrebbe dire: rock, violini, De Andrè e Baustelle, molto Baustelle. E' un lavoro in cui ogni strumento ha una sua individualità, un suo tempo come attore di teatro a contatto con altri suoi colleghi. Album difficile da metabolizzare, sicuramente impossibile capirlo al primo ascolto approssimativo; ma in fondo, fin dai primi album, è questa la grande magia dei Baustelle: al primo ascolto un loro qualsiasi disco ti sembra normale, al secondo ti cattura, al terzo non vorresti ascoltare altro per giorni.
Venerdì 02 Aprile 2010 14:00
I mistici dell'Occidente, il ritorno dei Baustelle.
Scritto da Giovanni Fazio
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Musica
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