In questo caso le nostre orecchie possono usufruire della musica dei The Record’s, trio bresciano composto da Pierluigi Ballarin (voce, chitarra), Gaetano Polignano (batteria) e Pietro Paletti (basso, voce). Il loro secondo lavoro “De fauna et flora” è un album fortemente pop che riesce ad unire perfettamente semplicità e originalità senza mai scivolare nella banalità. Quando si dice che la speranza è l’ultima a morire.
Cominciamo con una piccola parentesi sul vostro nome. “The record's” differisce da quello dei “The records” per un solo apostrofo. Pura casualità o c'è qualche riferimento alla band inglese?
L’origine del nome è molto semplice. Il nostro ex bassista lavorava come magazziniere per una ditta farmaceutica. Le medicine erano stoccate in migliaia di scatole tutte uguali che riportavano sul fronte il logo dell’azienda: Records Company. Mi ha colpito l’impatto che questa parola ripetuta migliaia di volte aveva. Abbiamo scoperto in seguito l’omonimia con questa band inglese. L’apostrofo l’abbiamo aggiunto per differenziarci da loro.
Ricordo ancora la prima volta che vi ho visto: suonavate nel palco di "operazione soundwave". Come si sono evoluti da allora i The record's?
Da quella trasmissione abbiamo pubblicato due dischi , numerosi video e abbiamo girato l’Italia parecchie volte. E’ un bel ricordo ed è stato l’inizio di una crescita che ci accompagna fino ad oggi. Molte band che hanno partecipato a quella trasmissione le rivediamo sui palchi e alcune sono tutt’ora nostre amiche.
Il vostro ultimo disco "De fauna et flora" è stato masterizzato da Jon Astley (produttore che ha collaborato anche con i the who, Eric Clapton, rolling stones ndr). Com'è avvenuto questo incontro?
L’album è stato mixato da Matteo Cantaluppi (bugo, canadians). Su suo consiglio ci siamo rivolti a Jon. E’ stata una persona molto cortese e professionale. Nel suo studio di Londra era palpabile il peso della storia. Led Zeppelin, David Bowie e tanti mostri sacri della musica sono passati da li. Tutt’ora per ogni nostra uscita discografica passiamo da lui per ricevere quella magia che solo Jon può dare.
Sembrate usciti direttamente dalla Londra degli anni '60, ma nonostante tutto la vostra musica non cede alla banalità di riproporre oggi, ciò che i beatles ad esempio, facevano in quel periodo. Mi sembra un ottimo mix, che ne pensate?
Le nostre influenze più importanti affondano le radici nella Londra degli anni 60. Non per questo vogliamo essere filologici. E’ molto importante interiorizzare la propria cultura e rielaborare secondo la nostra esperienza. Ci sono molte influenze nascoste nei nostri album. Di alcune ce ne vergogniamo.
"De fauna et flora" è infatti un disco in cui diversi generi musicali prendono vita in canzoni differenti tra loro ma tutte caratterizzate da una certa vena pop. Che tipo di influenza ha sul processo creativo, il vostro background musicale?
Un musicista negli anni si crea un bagaglio di influenze e di gusto molto complesso e stratificato. Viene sempre più difficile sintetizzare le specifiche influenze. La melodia è la nostra passione. Prestiamo molta attenzione alla forma canzone . Non ci interessa innovare o essere a tutti i costi originali. Quello che importa è creare canzoni belle in quanto tali.
In "Turtles will mind your fate" citate pure i The Byrds...
I Byrds sono una passione viscerale di Pier ( Voce e Chitarra) , in molte suo produzioni sono presenti gli echi di quel periodo e di quella sensibilità. La capacità di unire melodia a contenuti alti e complessi.
We all need to be alone" suona molto come un ironico elogio alla solitudine. Il ritornello con il suo coro alla “We are from Barcelona” sembra affermare l'esatto contrario. Come spiegate questa contraddizione?
L’ossimoro che produce questa canzone è voluto. La solitudine è un diritto e un dovere per ogni essere vivente. La capacità di bastare a se stessi è prerogativa di un animo vivace e forte. Comunque siamo animali sociali, teniamo molto ai nostri affetti. Ma la necessità a volte di ascoltare i nostri pensieri senza per forza condividerli ci spinge a cercare la tranquillità della solitudine.
Ultimamente si parla molto di indie rock, categoria in cui spesso venite citati . Premettendo che personalmente trovo tanto ridicola quanto abusata questa etichetta, riuscite a trovare un senso a questa spietata corsa all'ultimo indie tanto in voga?
Purtroppo e per fortuna non siamo mai stati l’Hype del momento. Non siamo mai stati di moda. La parola “indie” ci si addice per un’attitudine produttiva e di veicolazione delle nostre produzione. Ma non si addice per la musica che facciamo. Siamo molto più Pop in questo senso. Non ci interessa far parte di una corrente in particolare.
Parlando invece di cultura anni '60: nel 2010 sono rimaste solo le ceneri della "swinging London" mentre il fenomeno di cultura di massa sviluppatosi in quegli anni, rimane tutt'oggi ben saldo. Qual è il vostro atteggiamento, in quanto musicisti e non, nei confronti di questa strana escalation?
Potenzialmente siamo tutti un prodotto della cultura di massa. Nel trascorrere della nostra vita però ci siamo sempre sforzati di approfondire le cose. Leggere informarsi e creare sono il rimedio più efficace per crearsi una cultura critica e particolare. Internet è l’apogeo di questo fenomeno. Alla cultura di massa preferiamo le stranezze delle correnti avanguardistiche di tutto il novecento. Anche se però è difficile non guardare Mtv e non comprare scarpe firmate. La mancanza di scelta è il male peggiore della cultura di massa.
Le vostre canzoni sono state scelte spesso come colonna sonora di spot pubblicitari. Mi vengono in mente "dirty workman" o "elevator trap" e l'ultima in ordine cronologico "It's in your head". Insomma, oggi le compagnie pubblicitarie tengono d'occhio anche le band non proprio mainstream...
Diciamo che le canzoni di band underground costano di meno. Ma a noi piace pensare che uno spirito libero possa stupire di più e quindi adattarsi meglio ad un messaggio commerciale. Le sincronizzazione per noi sono molto importanti, ci danno da mangiare e bypassano la mancanza di spazi promozionali nelle televisioni generaliste.
In una vostra precedente intervista avete dichiarato d'essere "prigionieri" della musica. Siete riusciti a trovare un modo per convivere con questa prigionia?
Purtroppo non ancora. Ognuno di noi se rimane senza suonare per più di una settimana precipita nella depressione fisica e mentale. La musica per noi è un’esigenza, non possiamo fare a meno di viverla. E’ una condanna d’orata.
Ci sono modi e modi per essere pop. Puoi scegliere di ricoprirti di ridicolo e paillettes danzando fino allo sfinimento (tuo e di chi ti ascolta) su mtv sperando di diventare il nuovo tormentone dell’estate. Puoi prendere i beatles, emularli fino al paradosso e finire comunque nel dimenticatoio perché tanto la storia, non permetterà mai una replica del suddetto gruppo. Oppure puoi fare come Andy Warhol e rendere popolare la tua arte senza però svalutarla. In fondo pop è l’abbreviazione di popular, tocca a te decidere se vuoi ispirarti a “waka waka”o “hey jude”. A noi umili ascoltatori, non rimane altro che attendere ad orecchie aperte le sporadiche eccezioni che la fortuna ci concede. In questo caso la fortuna è stata così generosa da donare all’italico popolo un gruppo che non ha nulla da invidiare agli illustri colleghi inglesi.
