
Una sera come tante (forse una un po’ più autolesionista) decido di prendere il telecomando in mano e di godermi un po’ di splatter televisivo italiano. Casualmente mi ritrovo ad osservare un programma popolato da strani esseri che porta lo stesso nome del conduttore e, prima ancora di rendermene conto, mi trovo faccia a faccia con un’esibizione dei verdena. Superato l’attimo di confusione mentale generato da quella scena, mi affido alla sgradevole voce del conduttore per realizzare che non erano mie allucinazioni e che quelli erano davvero i verdena. Stai a vedere che qualcosa forse inizia a svegliarsi? Certo, ci sono voluti dodici anni circa e cinque album, in questo caso, ma si sa che l’Italia spesso ha una prontezza di riflessi pari a quella di un ubriaco. Musicalmente parlando s’intende eh, non sia mai che qualcuno pensi all’Italia come un paese arretrato. “Wow” è l’ultimo lavoro della band bergamasca ed è un disco alquanto insolito (o almeno, nell’accezione italiana del termine): un doppio cd al prezzo di uno, dalla copertina e, per certi aspetti, pure dalle sonorità vintage.
1)Sebbene siano passati quattro anni, “wow” mi dà l’impressione di essere, per alcuni aspetti, il fratello maggiore del precedente “requiem”; pur appartenendo alla stessa famiglia si presenta come un lavoro più maturo e complesso. Siete d’accordo?
Assolutamente sì! Lo abbiamo detto in più occasioni. I Verdena di Requiem e Wow sicuramente sono diversi dai Verdena dei primi tre dischi.
2) L’ecletticità è un tratto distintivo di questo nuovo album in cui ogni brano si sviluppa quasi fosse una matriosca di sé stesso, pur non superando spesso i due minuti. Sembra che l’arrivo di elementi nuovi, quali il pianoforte o i cori ed i dogmi classici del punk, convivano in un solo lavoro. Tutto questo suppongo sia frutto di un processo lavorativo inconsapevole e spontaneo….
Innanzi tutto c'è la voglia di non ripeterci ed effettivamente ci viene piuttosto spontaneo. Quando dopo il tour riprendiamo la vita di studio, proviamo a fare cose nuove dopo che per un lungo periodo ci si è confrontati con un certo tipo di canzoni. Questo per noi è entusiasmante. Trovare nuove strade è... WoW! Quest'anno per esempio il fatto di comporre partendo dal piano ci ha aiutato ad esprimerci diversamente. Alberto aveva proprio il rifiuto della chitarra e imbattersi nel pianoforte è stata una scelta naturale.
3) In un periodo in cui la famigerata crisi sembra investire anche il mercato discografico, la scelta di pubblicare 27 pezzi in un doppio album al prezzo di uno è abbastanza coraggiosa. Come ha reagito la vostra casa discografica?
La casa discografica all'inizio voleva che condensassimo tutto in un unico disco. A noi, paradossalmente, un disco solo con 25 brani ci sembrava più pesante e l'ascolto molto più difficile e complicato. In un secondo momento quindi la discografica ha proposto di far uscire due dischi in due momenti diversi. Ma anche questa proposta è stata scartata perché l'idea non ci faceva impazzire, visto che avrebbe tolto la continuità ad un lavoro che era stato concepito come un contenitore unico.
Alla fine abbiamo ottenuto di far uscire il doppio cd ad un prezzo contenuto. Al prezzo di uno.
4) In una vostra precedente intervista ho letto che considerate “wow” come il secondo disco dei verdena e che la prima parte della vostra carriera si è conclusa con “il suicidio del samurai”. Verso quali direzioni stilistiche e tematiche sono diretti i nuovi verdena?
Esatto, è la stessa cosa di cui si parlava prima. In realtà non c'è una direzione stilistica prefissata o tematiche che ci prefiggiamo di affrontare o tantomeno un risultato finale a cui aspiriamo. Il tutto nasce spontaneamente.
5) “Wow” ha debuttato direttamente alla seconda posizione nella classifica ufficiale italiana: considerando il coma profondo in cui spesso vivono certi media, qual è il vostro atteggiamento nei confronti di questa improvvisa attenzione massiccia?
Non ce lo aspettavamo, ma siamo sicuramente molto felici di come stanno andando le cose.
6) A proposito di improvvisa attenzione mediatica, tempo fa vidi una vostra esibizione nella trasmissione Chiambretti Night e ricordo che la cosa che mi colpì di più fu una frase del conduttore che vi definì una “band emergente”. Tralasciando il valore alquanto anacronistico dell’affermazione, vi sentite ancora un po’ emergenti ad ogni nuova uscita discografica?
Non ci sentiamo mai arrivati...
7) In una trasmissione di una famosa radio nazionalpopolare siete stati definiti come una band che ha “poca voglia di mischiarsi con l’etere”. Non pensate invece che oggi ci sia poca voglia di mettersi in gioco e mischiare i vari generi da parte delle radio leader?
Direi un po' tutte e due le cose, ma sono convinto che siamo sulla buona strada perché le cose cambino. Forse non tutti ne saranno contenti. Noto un certo fastidio da parte degli 'integralisti' che non hanno sicuramente apprezzato il fatto che la nostra musica possa essere 'esportata' anche su canali un pochino più 'mainstream'.
8) Il dualismo tra pubblico mainstream vs pubblico alternativo in fondo è uno dei motori che spinge l’intera industria mediatica; personalmente trovo abbastanza ridicola questa distinzione, ma sembra che in Italia tutto sia in mano di certe strategie di potere….
Sono d'accordo con te, ma sostanzialmente i primi a non volere questo 'matrimonio' sono anche un certo tipo di fan che si sente tradito nel momento in cui vieni apprezzato anche da chi è ritenuto appartenente alla massa.
9) Quest’anno rappresenterete l’Italia al Sziget festival: al momento questo paese sembra essere famoso all’estero più per il teatrino dei pupi e delle escort che per altro. In quanto cittadini, quale opinione vi siete fatti circa questi ultimi avvenimenti?
Non ci piace molto fare comizi e siamo sempre stati alla larga dall'esprimere opinioni politiche. Sicuramente le cose non vanno bene, sotto tanti punti di vista, ma quello che ci spaventa di più è che temi importanti come l'ecologia o l'istruzione vengano affossati da questioni per lo più marginali.
Chissà se il conduttore dalla voce sgradevole sarà a conoscenza della cosa
C’è una cosa dei verdena che da sempre mi colpisce: non mi riferisco né alla violenza di fondo della loro musica né ai testi spesso volutamente astrusi. Prima di tutto questo, ho sempre associato una sola cosa al nome verdena: il movimento ondulante e frenetico che la testa della bassista, Roberta Sammarelli, compie con una certa nonchalance ogni volta che la canzone lo richiede. Sì lo so, questa affermazione potrebbe sembrare poco professionale, ma vedere dal vivo questa sua peculiarità ha risvegliato nella mia mente questo pensiero. Pensiero che da lì a poco sarebbe stato interrotto bruscamente dall’arrivo della “guardiana della palma” però. Sull’identità di questa figura, ci arriveremo tra poco. Arrivo ai mercati generali molto presto: una trentina di adolescenti vestiti tutti presso a poco allo stesso modo, marcavano il cancello ancora chiuso. Tra questi, un ragazzo di tredici anni circa (con genitore annesso) che centellinava ogni parola delle canzoni dei verdena che il suo lettore mp3 gli suggeriva. Giusto il tempo di realizzare di non avere più quindici anni ed in poco più di mezz’ora, mi ritrovo a far la fila guidata da un’addetta alla security dotata di spiccata indole hitleriana.
Ci sono modi e modi per essere pop. Puoi scegliere di ricoprirti di ridicolo e paillettes danzando fino allo sfinimento (tuo e di chi ti ascolta) su mtv sperando di diventare il nuovo tormentone dell’estate. Puoi prendere i beatles, emularli fino al paradosso e finire comunque nel dimenticatoio perché tanto la storia, non permetterà mai una replica del suddetto gruppo. Oppure puoi fare come Andy Warhol e rendere popolare la tua arte senza però svalutarla. In fondo pop è l’abbreviazione di popular, tocca a te decidere se vuoi ispirarti a “waka waka”o “hey jude”. A noi umili ascoltatori, non rimane altro che attendere ad orecchie aperte le sporadiche eccezioni che la fortuna ci concede. In questo caso la fortuna è stata così generosa da donare all’italico popolo un gruppo che non ha nulla da invidiare agli illustri colleghi inglesi.
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