Concetta Lombardo

Concetta Lombardo

Facoltà : Scienze della Formazione
Corso: Scienze e Tecniche Psicologiche
Anno :
Ruolo: Autrice e Intervistatrice

Sito web:

Sabato 05 Maggio 2012 15:06

Samuela Schilirò: "Non sono"

Atmosfera da “domestic rock ‘n roll” il 3 Maggio 2012 alla Feltrinelli di Catania. La cantautrice Samuela Schilirò ha presentato il suo album “Non sono”.  Musica grintosa, parole taglienti e profonde e una voce graffiante e avvolgente. E la sua bravura si nota anche dalla meravigliosa rivisitazione di una canzone della Vanoni, “Domani è un altro giorno”. Prima della presentazione, Samuela si siede con me al tavolo del bar per rispondere ad alcune domande. Lei, siciliana di origine, risponde a tutto mostrando di essere solare, ironica e speranzosa riguardo la musica e la sua evoluzione nel tempo, non nascondendo una vena di nostalgia per gli anni d’oro in cui la musica aveva un peso morale di fondamentale importanza.

«Da dove nasce l’idea del disco?»

R: «Inizialmente io non volevo fare un disco, è stata una cosa molto strana, io volevo suonare perché la mia passione è sempre stata quella di suonare dal vivo, eccetera.  Poi ho incontrato nel 2009, se non sbaglio,  Daniele Grasso, il produttore del disco che è anche la persona che suona con me dal vivo al basso, e ho sentito un po’ i suoi lavori, le produzioni che ha fatto lui. Sai, agli inizi facevo le demo, le registrazioni in casa però non mi soddisfava niente di quello che ne veniva fuori. Alla fine ho incontrato lui, ci siamo seduti a tavolino, e a lui è piaciuta gran parte della mia scrittura. Abbiamo così iniziato a lavorare a questo suono un po’ particolare, e ho detto “E’ lui! Ok, io con lui il disco lo faccio!”, e da lì è nata l’idea del disco. Io scrivo da piccolissima però, ti ripeto, la mia pulsione è più live. Invece, incontrando lui, lo studia ha avuto anche un’atmosfera live, non c’è stata una certa rigidità durante le riprese in studio, è stato divertente!»

«Com’è iniziata questa passione?»

R: «Eh, questa è una bella domanda! Non so come inizino le passioni, però credo che bisogna averle dentro fin da piccolissimi. Io da piccola adoravo qualunque strumento, pentola, chitarra giocattolo. Ho martellato i miei genitori , la mia famiglia fin da piccolissima, li costringevo a stare lì ad assistere ai miei spettacoli, le robe che si fanno da piccoli! Poi a 11 anni ho deciso di farlo seriamente, quindi di studiare, infatti son partita da studi classici per poi andare a tutt’altro, e siamo arrivati a questo famoso domestic rock ‘n roll. Ho fatto 3 anni di chitarra classica, dove c’è lo studio, il metodo eccetera, e poi mi sono stufata perché volevo fare le canzoncine, però, ahimè, un po’ me ne pento però di studiare c’è sempre tempo. Però sono convinta e contenta del risultato che c’è adesso.»

«Ti sei ispirata a qualcuno?»

R: «No, ispirata a qualcuno no, però ascolto tanta di quella musica, tantissima, che sicuramente da quando ero piccolo fino adesso è stata importante per me. Io ascolto sia musica dei miei nonni, come mi ha detto una volta una persona che mi ha fatto ridere, quindi Janis Joplin, Bessie Smith, Billie Holiday, Hendrix, eccetera, a cose più recenti Pj Harvey, Black Keys, che io adoro alla follia, ma anche assolutamente il cantautorato italiano, per cui Tenco, De Andrè, Ciampi, oppure, ad esempio, nel mondo femminile contemporaneo mi piace moltissimo Nada, oppure di straniero sto scoprendo St.Vincent , è un talento straordinario, il terzo disco è poco conosciuto in Italia, è un talento portentoso. Insomma, di musica ne divoro davvero tanta!»

« Facendo un paragone fra la musica d’autore degli anni ’60 e poi il progressivo cambiamento della musica negli anni successivi, che considerazioni fai?»

R: « Beh, è cambiato notevolmente, soprattutto il cantautorato. Innanzitutto, non voglio sembrare un po’ nostalgica, però il cantautorato degli anni ’60 aveva uno spessore che adesso raramente si trova. Musicalmente al cantautorato non è stato mai dato un peso alla musica, ma più al testo, alla melodica, eccetera, però sono state scritte delle canzoni meravigliose, come i cantanti che ho citato prima, Ciampi, Tenco, De Andrè. Adesso trovare dei cantautori in “vecchio stile”, come dell’epoca, è difficile; sinceramente non mi appassiona nessuno, quindi quello che stiamo cercando di fare noi è una forma di cantautorato diversa, che dia sia peso ai testi che però sono molto diretti, meno narrativi se vuoi, anche se raccontano comunque storie, uniti a un sound però internazionale, anche un po’ rock, un po’ blues, quindi secondo me questa è la nuova strada del cantautorato, perché adesso trovi dei talenti pazzeschi che raccontano storie, però ti sembra sempre di risentire gli echi degli autori degli anni ’60, anche se, secondo me, alcuni sono veramente inarrivabili.»

« Pensi che la musica possa in qualche modo cambiare l’opinione della gente e farla interessare, come negli anni ’60, a quello che accade nella realtà?»

R: « Io ci credo, assolutamente si, è difficilissimo in questo periodo storico, perché purtroppo viviamo in un periodo di apatia globale, culturale, di appiattimento. Per me l’arte è uno strumento per liberarsi da questa apatia, e soprattutto per combattere l’ignoranza, perché quando combatti l’ignoranza, e quindi fai capire che c’è qualcos’altro rispetto a quello che si vede tutti i giorni che alle volte ti confonde, non sai cos’è reale, cosa non lo è, sei già uno step avanti, riesci ad aprire una porticina piccola in questo mondo che sta cadendo. Ed io sono fiduciosa, non sono pessimista, io credo che ci rialzeremo e che la musica è un’arma forte, come tutta l’arte, quando hai qualcosa da dire e dei messaggi da lanciare.»

« Però è difficile, perché ora va molto la musica commerciale, questi ragazzini usciti da Amici, X Factor …»

R: « Sì, però lasciano il tempo che trovano, nel senso che come ci siamo accorti tutti anche se nascono degli pseudo talenti, quindi che fanno vendere un sacco di dischi,  durano quel che durano, cioè durano un anno, hanno un anno di gloria, per chi è più fortunato dura un po’ ma poi ha una caduta incredibile. Questa per me è paracultura, non cultura, ma non perché io voglia criticare certi format, poiché non mi interessano, non mi appartengono, ma perché lasciano il tempo che trovano. Scopri un talento che fa il singolo estivo e spacca in radio tutta l’estate, vende un sacco di copie, e poi l’anno dopo non te lo propongono più, purtroppo questo è un paese che fa così, è un paese che va avanti così. Io credo, invece, in progetti che possono fare dei percorsi duraturi, che magari al primo disco non fanno grandi numeri, ma poi c’è il secondo, il terzo e il quarto, si creano uno zoccolo duro, coinvolgendo in qualche modo il pubblico che evidentemente si trova in qualche modo d’accordo con quel messaggio che viene trasmesso. Io credo che quelli siano vincenti.»

« Secondo te le radio aiutano in questa cosa?»

R: « Le radio, porca miseria, dovrebbero aiutare di più! Le radio dovrebbero aiutare tantissimo questo tipo di musica. Le radio commerciali non lo fanno, quindi Radio DeeJay, Rtl e tutte queste radio qui hanno fasce di ottima programmazione, devono mandare determinata musica che io condivido, per me dev’esserci sia l’uno che l’altro, però dovrebbero aiutare di più le produzioni emergenti, i dischi emergenti. Tutti coloro che non hanno delle major pazzesche alle spalle, o una promozione da 100.000 euro. Le radio locali questo lavoro ho notato che lo fanno molto di più, ho fatto parecchie interviste e sono interessate a fare emergere, questo mi fa molto piacere! A volte anche le radio locali cadono nel famoso music bisness, purtroppo, però forse lo devono fare perché ci sono dei meccanismi che sono difficili da smontare, però piano piano si possono, secondo me, oleare e quindi sciogliere poco a poco.»

 

Martedì 24 Aprile 2012 22:12

Fabio Concato – Tutto Qua

Dopo 11 anni di inattività, ecco il ritorno di un caro amico, Fabio Concato, che il 21 Aprile 2012 ha presentato alla Feltrinelli di Catania il suo ultimo lavoro “Tutto qua”. E c’è davvero tutto in questo cd, c’è il guardare con gli occhi degli altri, di chi soffre, di chi è dimenticato. E’ un provare a capire cosa vuol dire guardare la vita da un punto di vista diverso dal nostro. E Fabio lo racconta, parla del grande lavoro che ha fatto su se stesso in questi  11 anni, nel volersi riscoprire. Ed è stando bene con se stessi che si può puntare a star bene con gli altri. E il messaggio che si vuole trasmettere si può sintetizzare in un’unica parola: Amore. Alla fine della presentazione, ho fatto qualche domanda a Fabio ,e attraverso le sue risposte, ha confermato di essere una persona meravigliosa capace di trasmettere agli altri le proprie emozioni, fino ad arrivare al cuore di chi lo ascolta.

«Con il ritorno nelle scene, dopo 11 anni che non avevi più pubblicato album, il messaggio che vuoi trasmettere, musicalmente parlando, è sempre uguale a quelli precedenti o è cambiato?»

R: «Io credo che musicalmente parlando sia sempre lo stesso, ciò non significa fare le stesse musiche del disco precedente. La musica è una cosa che viene proiettata dal tuo cuore, dalla tua testa. Poi il cantato, i temi si spera siano diversi dal disco precedente perché altrimenti sarebbe una noia mortale.»

«Come mai Gigi è la tua canzone preferita?»

R: «Beh, perché probabilmente c’è una grande ispirazione più spessa, perché Gigi era mio papà ed io l’ho amato tanto, nonostante non fosse un uomo perfetto, ma nessuno è perfetto. Aveva delle cose meravigliose e aveva  anche cose meno meravigliose, però è lui che mi ha fatto ascoltare la musica che poi ho amato, e che mi ha fatto capire quanto fosse importante la musica nella vita di un uomo, e di un ragazzo in quel caso, e quindi è venuta fuori una canzone con uno spessore diverso, un’ispirazione diversa, ecco perché la amo e molto più delle altre.»

«Secondo te perché “spiccano il volo” canzoni più commerciali e molte volte prive di emozioni e non canzoni magari di un certo peso di cantautori come te, Claudio Lolli, Gianni Siviero, Fabrizio De Andrè, e così via?»

R: «Perché c’è poco tempo, io credo ci sia poco tempo e poi perché le radio non sempre ci aiutano. E invece, ricordo che all’inizio eravamo alleati noi e le radio, cioè le radio avevano bisogno di noi e viceversa. Sono un po’ cambiate le cose. Magari a parole ti dicono che hai fatto un disco strepitoso, che sei bravissimo eccetera, però poi non ti passano. Allora ti trovi un po’ davanti ad un muro di gomma perché non riesci a capire. Se almeno uno ti dicesse “Guarda, ti sono diventati i capelli bianchi, fai cagare, non interessi!”, almeno uno se ne fa una ragione, e invece ti dicono “No, disco fantastico!”, ma non lo passano, allora c’è qualcosa che non torna. Potrebbero aiutarci un pochino di più. Ma anche la televisione, dovrebbe cambiare registro e fare le cose più ad hoc, così come faceva Renzo Arbore che aveva una trasmissione che si chiamava Ad hoc e lì chiamava tutti i gruppi, tutti quelli che cantavano e suonavano sul serio. Un’altra era Caterina Caselli. Caterina ormai ha fatto carriera come talent scout.»

«Un’ultima curiosità: com’è stato interpretare la voce del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry

R: «Un’esperienza fantastica! Fantastica intanto perché ho riscoperto una cosa che era odiosa, che mia mamma mi leggeva quando ero piccolo e mi tirava due cose così, proprio mi annoiava a morte. Quando l’ho riletto avevo 40 anni, quindi stiamo parlando di 19 anni fa, e ho riscoperto tutto un mondo, diventando uno dei più bei libri che io abbia mai letto nella mia vita. Perché come dice giustamente la prefazione, non è un libro per i piccoli ma è un libro per gli adulti che hanno conservato il famoso fanciullino dentro. E poi lo interpreti e lo giri come vuoi, è una cosa geniale! Il Piccolo Principe è veramente una roba geniale!»

Foto di Daniela Amenta Interlandi

Dai canali di YouTube fino alle sale da cinema.  Guglielmo Scilla, meglio conosciuto come Willwoosh, ha fatto passi da gigante da quando ha iniziato a postare i suoi video sulla piattaforma per eccellenza di video-sharing. Dalle imitazioni e parodie di film, sino ai fantastici travestimenti da donna, passando dalla sua serie “Freak” che sta avendo un grande successo. Oggi alla Feltrinelli, in occasione della presentazione del suo libro “Dieci regole per fare innamorare”, ho scambiato due chiacchiere con lui e con la sua grandissima simpatia e disponibilità, ha risposto alle domande, confermando ancora una volta, che la vera umiltà non si perde con il successo.

 «Com’è stato passare dalla webcam del computer, per poi avere tanti fans su YouTube e passare successivamente al cinema insieme a grandi attori?»

R: «Guarda, non è stato così terribile anche perché io non mi sento passato in nessuna parte, io sono su Youtube tutt’ora e quindi non ho tanto sentito il passaggio. Diciamo che all’inizio ti fa strano perché il vero problema è che sono cose che non ti aspetti, che non avevi pianificato, quindi lì c’è magari la paura del dire “Cavolo! Adesso tutti quanti saranno qui a guardare me!” ma in realtà nessuno ti fila, a nessuno frega assolutamente di te e nel momento in cui capisci quello stai tranquillo e cerchi di fare del tuo, però, a parte l’onore che ti senti messo in mezzo in una macchina che comunque ha altre basi rispetto a quelle del web, quindi è stato bello, però YouTube è YouTube, punto. Per me il web è dove fai le tue cose e ancora rimane il modo più bello per divertirsi secondo me.»

«Dieci regole per fare innamorare, come mai hai scelto questa tematica?»

R: «Allora, in verità il libro nasce in un secondo momento, io ho iniziato a girare il film con Salemme che era Dieci regole per fare innamorare. A questo punto ha detto “Senti, non sarebbe carino fare un libro con lo stesso titolo?” e gli ho detto “Guarda, basta che non sia un libro che sia la storia del film, altrimenti non avrebbe senso, e basta che non sia un libro serio perché basta andare a chiedere ad una persona fidanzata, ad una persona che ne sa qualcosa come fare innamorare, quindi ho portato con me Alessia Pelonzi che è una mia carissima amica e con la quale abbiamo vissuto 10 anni di vita praticamente, e da lì in quel momento quando loro mi hanno detto “Fai come ti pare!” siamo andati a scrivere, ma di base delle regole non è che ne sapessimo molto. Si fa quel che si può, ecco.»

«E nella vita di tutti i giorni, lontano dalle telecamere, chi è Guglielmo Scilla?»

R: «E’ ancora più stupido di quello che vedi normalmente! No, a parte gli scherzi, chi è? Cioè, è uno normale ma spero di esserlo anche davanti alle videocamere, quindi spero di non poter dare troppo lo stacco con le cose finte: hai presente dove tutti si conoscono tipo in televisione? “Ciao carissima!”, ma ciao dove? E quindi no, spero di essere abbastanza coerente quando si parla di come sono lì, come sono là, cioè sono come sono. Magari se sono triste non mi prendo la videocamera e faccio un monologo triste, ecco, non romperci le palle, chi se ne frega! Però, al limite, sono una versione più positiva di me stesso, ma manco è vero  perché se mi rode il culo lo dico!» 

 

 

Tutte le foto dell'evento | a cura di Angela Rosalia Digrigorio e Daniela Interlandi 

 

Alla Feltrinelli di Catania il 3 Aprile 2012 si respira un’aria quasi fiabesca, rivivendo un’atmosfera di altri tempi grazie agli strumenti della tradizione popolare e alle storie cantate dai Lautari. Il gruppo catanese di grande successo presenta il nuovo album “C’era cu c’era”. Insieme da ormai 25 anni, e collaborando da più di 5 anni con la cantante Carmen Consoli, che li produce, riescono a far sognare grandi e piccini con un sound travolgente ed emozionante, facendo rivivere ciò che solo la musica popolare siciliana sa dare. Alla fine della presentazione, riesco a scambiar due chiacchiere con loro.

«C’era cu c’era, perché questo titolo al nuovo album?»

R: «C’era cu c’era è il titolo di una canzone popolare  che racconta tante storie in forma di favola, poi abbiamo visto che tutto il disco era così, raccontava delle storie anche attuali, però raccontate sotto forma di favola come si fa nella tradizione popolare.»

«Come mai avete scelto di portare avanti la tradizione della musica popolare siciliana? »

R: «I Lautari ci sono da ormai 25 anni, quando abbiamo cominciato noi era un periodo in cui c’erano gli anni ’80, cominciava la musica elettronica, la disco dance, però c’erano stati in passato dei gruppi molto importanti, soprattutto al Sud, in Sicilia c’era stata la Taberna Mylaensis e uno dei componenti era stato Picchio Manzone, uno dei fondatori dei Lautari, poi scomparso. Noi ai tempi eravamo in controtendenza, volevamo prima di tutto non disperdere un patrimonio culturale, artistico, musicale e quindi volevamo dare il nostro appoggio.»

«Avete collaborato anche con la cantante catanese Carmen Consoli, che vi produce. Com’è questa esperienza? »

R: «Eccezionale, sicuramente. Noi  ormai è più di 5 anni che siamo prodotti dalla Narciso Records, che è l’etichetta di Carmen. Questo è il terzo disco che facciamo con lei. Poi abbiamo suonato, prodotto uno spettacolo insieme. Una collaborazione proficua, lei è una persona eccezionale, molto interessata alle tradizioni, alle sonorità siciliane, alla Sicilia, a Catania. Ci troviamo benissimo e continuiamo a collaborare. »

«Com’è il vostro rapporto col pubblico, soprattutto quello non siciliano?»

R: «Allora, da 25 anni a questa parte in qualsiasi luogo siamo stati, abbiamo sempre avuto un rapporto eccezionale col pubblico. Devo dire che siamoLa nostra autrice Concetta Lombardo con un esponente dei Lautari una band molto “live”, rendiamo di più dal vivo. A parte il fatto che noi cantiamo prevalentemente canzoni in siciliano, quindi in dialetto siciliano e non c’è mai stato problema, e per questo in Italia, ma soprattutto fuori Italia, noi siamo stati in Israele, in Portogallo, in Spagna, in Francia e non abbiamo mai avuto nessun problema e questo ci dimostra che la musica popolare ha qualcosa che arriva direttamente al cuore della gente, non è necessario che sia comprensibile il testo. Alla radio sentiamo sempre canzoni in inglese e non tutti le capiscono, quindi diciamo che la musica è universale. »

«I giovani di oggi, rispetto a quando eravate ventenni voi, come li vedete? »

R: «Eh, questo è un discorso lungo. I tempi sono molto cambiati. Adesso c’è la tecnologia, noi ai tempi non avevamo il cellulare. E’ giusto che i giovani si adeguino ai tempi, alla velocità con la quale cambiano, al fatto di avere miliardi di informazioni  contemporaneamente, cose che noi ai nostri tempi non avevamo. Certo, piacerebbe anche a noi, che diciamo siamo anziani, siamo antichi, che i giovani si prendessero il loro tempo per fare qualcosa, per godersi una canzone,per godersi un pranzo, per godersi la vita senza essere connessi sempre a tutte le situazioni che succedono. »

«Parlando con Eugenio Bennato qualche mese fa, abbiamo affrontato l’argomento riguardo come la musica popolare può avvicinare i giovani alla realtà del nostro Paese, senza ascoltare solo quella raccontata dalle televisioni. Voi cosa ne pensate? »

R: «Siamo d’accordo. Guarda, la televisione infondo  è un mezzo che fa bene a tutti ma che fa anche tanto male. »

«Credete che con la musica si può cambiare qualcosa in questa società, magari partendo proprio dalle radici di ognuno di noi? »

R: «Beh, noi se non ci credessimo non avremmo fatto tutta questa “malavita”, perché il suonatore è quella che fa malavita, perché portare gli strumenti, viaggiare, fare gli spettacoli. Si, ci crediamo, certo non è una cosa facilissima ma cerchiamo di mettere anche noi la nostra parte. »

D: «Avete preso ispirazione da qualcuno quando avete iniziato a suonare insieme? »

«Ai tempi c’era la Taberna Mylaensis, e tutti quelli che facevano musica popolare. All’inizio facevamo una musica assolutamente filologica, cioè facevamo ricerca sul campo, cantavamo le canzoni antiche e le arrangiavamo molto schematicamente. Poi pian piano, il sound è cambiato in questi anni e abbiamo cominciato a proporre pezzi nostri che però si attendono a dei canoni ben precisi che sono tipici delle musiche siciliane.»

«Cosa ne pensate della situazione generale che sta passando la Sicilia in questi anni rispetto al resto dell’Italia? »

R: «Eh, la situazione è sempre quella. Siamo sempre trovati, dimenticati. Domanda troppo difficile! »

Mercoledì 15 Febbraio 2012 11:14

Leo Gullotta - La cultura è vivere

da Concetta Lombardo e Angela Rosalia Digrigorio. Dal “Più si è passivi, meno si pensa” alla “Catania, città  ca pasta chi brocculi affugati”, quattro chiacchiere al tavolo con Leo Gullotta, ospite alla Feltrinelli di Catania il 13 Febbraio 2012, per presentare lo spettacolo che sta portando in tutti i teatri italiani, “Le allegre comare di Windsor” opera di William Shakespeare.

L’attore catanese, con la sua solita ironia e simpatia, ci parla dell’opera facendo notare i vari aspetti in comune con l’attuale situazione italiana. Dopo una serie di domande dal pubblico, per la maggior parte gente che si ricordava di lui da giovane, Leo si siede al tavolo insieme a noi, rispondendo ad alcune domande.

«Com’è l’esperienza di  recitare in un opera “brillante” di William Shakespeare nei teatri italiani?»

R: «Com’è per chi fa il proprio lavoro. Brillante o non brillante l’importante è offrirlo al meglio, o almeno fai di tutto per avere un buon risultato col pubblico. Del lavoro quello che conta è il come lo fai, come lo offri, come lo scegli. Come scegli di essere onesto con lo spettacolo agli spettatori.»

«Com’è tornare nei teatri siciliani con la consapevolezza di esser visto con occhi diversi dai propri conterranei?»

R: «Ritorno qua perché c’è un teatro che va preso. Certo, c’è anche la stima, ma nella vita vale tutto quello che si è riuscito a dare dal punto di vista di onestà. Mi ritrovo che magari c’è una stima alla persona, l’interprete, alla persona che si è sempre offerta, non ha mai preso in giro il pubblico. A Catania poi ritorni e ovviamente, tralasciando il lavoro che continui a fare in tutta l’Italia, ci sono i “broccoli affugati”, la parmigiana, la pasta col sugo e le melanzane. »

«Preferisce recitare in dialetto oppure in italiano?»

R: «E’ come dire ad un medico “Preferisce curare un raffreddore oppure fare un’operazione al cuore?”. Tutte e due le cose vanno fatte nella mia professione. Il giuramento di Ippocrate dei medici è quello di essere pronto a curare e ad essere utile a chi sta male, il mio compito è quello di cercare di essere il più vicino a quello che il testo richiede nell’interpretazione di quel personaggio. »

«Si è ispirato durante la sua carriera a qualche attore? »

R: «No. Apprezzo tanti interpreti, ma non mi ispiro a nessuno. »

«Ha parlato durante la presentazione del Governo che non aiuta i giovani, ad esempio con i tagli alle università. Cosa consiglia di fare ai giovani per non perdere i propri sogni e il proprio futuro a causa di chi crede di essere più “forte”? »

R: «Intanto c’è da dire che l’ex Governo non ha mai fatto nulla se non affari personali. Se avesse fatto una cosa di quella che in due mesi ha fatto il Governo tecnico di Monti, qualcuna discutibile, non avremmo avuto nulla di tutto quello che stiamo attraversando. Sono stati dei cialtroni, per essere con un linguaggio elegante. Riguardo ai giovani, oggi come oggi tutte le categorie, giovane o non giovane, ci hanno fatto arrivare fino a questo punto dicendoci che tutto era apposto, non hanno mai fatto nulla, le cose sono quelle che sono e dobbiamo affidarci all’idraulico, visto che “rumperu u tubu”, l’idraulico sa fare l’idraulico e dobbiamo fare sacrifici tutti. Questa è la realtà del Paese, tutti dobbiamo fare sacrifici, tutti insieme stringendo i denti, cercando di  adoperarci. Sicuramente l’avvento di questi due ultimi mesi anziché corna, bunga bunga, toccate di culo e quant’altro, l’istituzione, grazie al Governo Monti che si è presentato con garbo, si è riappropriata dell’eleganza, della parola, dell’istruzione, della Costituzione, e questo è importante.»

«Lei ha parlato di cultura per i giovani anche. Cos’è per lei la cultura? »

R: «La cultura è vivere, l’arancino e anche il piatto nobile. La cultura è leggere Topolino. La cultura è guardare, vedere, arricchirsi. »


In foto Leo Gullotta con le nostre redattrici Angela Rosalia Digrigorio e Concetta Lombardo


 

 

«Ci sono molti giovani che però non fanno nulla per difendere il proprio diritto alla cultura, che ne pensa? »

R: «Ho parlato anche prima di un paese antropologizzato, che è molto grave poiché il danno è antropologico. Quindi le ultime generazioni sono state annullate, annientate, schiaffeggiati scolasticamente e a livello universitario. Hanno tolto delle cose importanti e quindi prima che si ricostruisca il valore di tante cose, occorreranno parecchi e parecchi anni, ammesso che tutto vada per il meglio.

I giovani si devono incazzare, se non si incazzano non succede niente. Bisogna cercare di capire, andare oltre, c’è la rete, bisogna guardare le notizie, leggere, partecipare, cercare di prendere coscienza di molte cose. Significa rispettare se stessi.

Studiare significa anche capire i diritti dell’uomo, dell’individuo, della persona, del lavoratore. Un Paese democratico è fatto di diritti. Se poi i giovani fanno finta, con frasi anche scolastiche come “Io devo studiare soltanto, non perdete tempo con altro”, la verità è che non “studiano”. »

«Perché in Italia non c’è un avanzamento culturale come invece accade in molti Paesi europei? »

R: «Perché la politica si è infilata dappertutto. Vuole soltanto prendere denaro, trovare scuse, non ha costruito, non vuole costruire. Parlo sempre degli ultimi 15 anni, il cavaliere, le corna. Ovviamente anche gli studenti devono muoversi, non esiste solo la stanza con internet e cliccare

Giovedì 02 Febbraio 2012 10:03

Eugenio Bennato: Questione Meridionale

Questione meridionale. E’ questo il titolo del nuovo album del cantautore napoletano Eugenio Bennato, che ha presentato il suo ultimo disco alla libreria “Feltrinelli” di Catania. Durante questo tour nelle librerie di tutta Italia, Eugenio racconta le storie dei Briganti del Sud.  Ad accompagnarlo in questo viaggio la corista Sonia Totaro e il chitarrista Vincenzo Lambiase. Al loro arrivo, con qualche minuto di ritardo a causa di piccoli inconvenienti, applauso generale da parte del “pubblico”. L’evento inizia con un’introduzione di Eugenio riguardo il suo album, in particolare i racconti di un Sud forte e con tanta voglia di vivere.  E subito dopo, una dopo l’altra vengono presentate diverse canzoni, ed ognuna di esse racconta una storia ben precisa. Poco prima della sua esibizione, Eugenio si ferma a parlare con me, rispondendo ad alcune domande.
 
D: «Da dove è nata l’idea dell’album?»
R: «Da molte sere passate con un pubblico entusiasta.»
 
D: «Ha citato in una sua canzone Fabrizio De Andrè. Quale rapporto lo legava al cantautore genovese?»
R: «Ho riscontrato che un certo tipo di pubblico ascolta Fabrizio e sa tutto di Fabrizio. Io ho conosciuto Fabrizio passando tante serate insieme. E mi fa piacere riconoscere che un artista ligure sia al centro dell’attenzione di un pubblico che ascolta soprattutto musica del Sud. Poi l’ho citato anche a proposito dello schieramento. Fabrizio era dalla parte degli indiani d’America, io dalla parte dei briganti.»
 
D: «In “Autobiografia Industriale”, Claudio Lolli aditava le case discografiche come principali responsabili del decesso ideologico della società, e parliamo della fine degli anni ’70. Ora, nel 2012, si nota che anche le televisioni si possono considerare tra questi “colpevoli”. Che ne pensa?»
R: «Sicuramente i mass-media sono in ritardo, non si accorgono di quello che sta succedendo davanti ai loro occhi. Ma io potrei citare come responsabili i critici musicali. Come critico musicale mi viene in mente quello di Repubblica. I critici musicali passano la loro carriera a lasciarsi sfuggire le occasioni e non mettere in evidenza quello che sta accadendo in Italia. Noi per fortuna, mentre loro si lamentavano invece, abbiamo un riscontro diretto col pubblico.»
 
D: «Crede che la musica può aprire la mente dei giovani di oggi?»
R: «Sicuramente la musica contribuisce alla comunicazione. Ti faccio un esempio,  a me la musica ha portato ad incontrarmi e a scoprire l’importanza delle nuove generazioni di migranti qui in Italia. Vi è una comunicazione diretta che supera i pregiudizi.»
 
D: «Quali sono gli artisti che ascoltava da giovane e lo hanno ispirato nel corso della sua carriera?»
R: «Gli anonimi maestri del Sud. Potrei citare Matteo Salvatore, un grande cantautore pugliese. Potrei citare Antonio Infantino, un poeta musicista della Basilicata. Poi, i grandi artisti della musica brasiliana, come il maestro João Gilberto

Martedì 20 Dicembre 2011 14:29

Marky Ramone: il punk non è morto!

«Le canzoni dei Ramones sono troppo belle per non essere più suonate!».  Ed è così che tra un sorriso e un sorso di caffè, Marky Ramone racconta di e del proprio gruppo. Sono le sette di un sabato sera che si preannuncia indimenticabile. Non capita mica tutti i giorni di ritrovarsi a parlare con un batterista che ha fatto la storia del punk. Il Faro - locale di riferimento per gli “alternativi” di Catania -per l’occasione è in versione stelle e strisce.

Mercoledì 23 Novembre 2011 14:15

Fratelli d'Italia? Non sembra

Alluvione di Messina

Nuove lacrime di fango nel messinese: la zona compresa tra Barcellona Pozzo di Gotto e Milazzo è andata completamente distrutta. A dare l’annuncio ieri non sono state puntate speciali  delle reti nazionali  ma gli stessi cittadini indignati per la solita indifferenza. Non è stata sprecata una parola di troppo sul fiume di fango che ha invaso intere città e paesi.

Mercoledì 23 Novembre 2011 14:54

Messina: università di Serie B?

Università di MessinaFinalmente un’ondata di denaro per l’Università di Messina: in arrivo 50 milioni di euro per la ricerca. Ma basteranno a risollevare l’ateneo messinese dopo il recente scandalo dei test di Medicina? Il caso dopo tanti giudizi, è stato risolto lo scorso mese, col risultato che 12 candidati sono stati ammessi alla facoltà di Medicina per decreto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Ma la notizia ha solo suscitato un falso scalpore tra i frequentati della facoltà messinese. Le prove, a detta dei giornalisti, erano viziate da ben 10 anni ma scoperte “solo ora”. Gli scandali giravano già da tempo come frecce infuocate tra i corridoi della facoltà, tanto da rinominare l’Università messinese “Università dei Raccomandati”. Questa nomina non “abbraccia calorosamente” solamente il dipartimento di Medicina, ma un po’ tutti i corsi. Lo sanno bene i ragazzi che hanno affrontato i test di Biologia lo scorso anno. Una volta “scoperto il trucco”, sono stati ripetuti nuovamente ad Ottobre con la conseguenza dell’inizio delle lezioni slittate a Novembre. Ciliegina sulla torta, il menefreghismo delle segreterie. Nonostante l’agitazione degli studenti del primo anno, non è stata posticipata neanche una data d’esame.